SC - Prima di tutto vorrei che mi raccontassi come nasce il progetto di quest’opera?

CB - Il progetto Cabinet 2019 per Castello di Ama, nasce in maniera inaspettata, durante la mostra “Il mondo infine” che si è svolta questo inverno presso la Galleria Nazionale a Roma….

A mostra ancora in corso, ho ricevuto, con un’immensa sorpresa una chiamata di Lorenza Sebasti che aveva visto il mio lavoro istallato in una delle sale del museo. Ci siamo incontrate e sono rimasta subito contagiata dall’entusiasmo con cui, durante la mia prima visita al Castello, mi è stato proposto di realizzare un progetto per Ama… Ma per rispondere più compiutamente ad altri aspetti impliciti nella tua domanda … dirò che Cabinet nasce come continuazione della ricerca che porto avanti da anni sugli oggetti di uso quotidiano, in una combinazione tra organico e inorganico che qua si trasforma ancora una volta arricchendosi di nuovi elementi che raccontano il luogo stesso, il paesaggio e soprattutto il mondo delle fragranze che Michele Marin crea per Castello di Ama.

 

SC - E’ indubbio che un fil rouge percorra tutta la tua ricerca, non solo esistono infatti evidenti rapporti con la mostra di Roma ma persino con Wonder Objects 2013, una mostra che si tenne a Prato allo Spazio MOO e anche -sia pur in maniera meno esplicita- con l’installazione Still Life che presentammo alla mostra Arrêts sur image a Casa Masaccio nel 2014. Allo stesso tempo, ognuno di questi progetti mantiene una propria autonomia, non solo dovuta alla diversa contestualizzazione ma anche per così dire all’intrinseca sintassi che, di volta in volta, simile e diversa, le sorregge tutte. Pur partendo sempre dall’assemblage di materiali trovati o d’affezione le tue opere sembrano ogni volta darsi un diverso orizzonte: potremmo dire, ad esempio, che Wonder Objects 2013 rimanda alla scultura per il suo display che raggruppa gli oggetti in un disegno centripeto molto definito e Still Life alla pittura: pur offrendosi come una complessa installazione multimediale, quest’ultima risuona infatti come una vanitas, misurandosi dunque esplicitamente con un genere pittorico storicizzato qual è quello della natura morta. La disseminazione che caratterizza la dislocazione spaziale dei nuclei oggettuali della tua sala alla galleria Nazionale rimanda piuttosto all’installazione e Cabinet 2019 infine sembra presentarsi come un’opera site specific….

CB – Le tue osservazioni mi sembrano, in effetti, pertinenti… quando realizzai Wonder Objects 2013, avevo infatti in mente l’idea di monumento… pensavo spesso ai cofanetti portagioie che contengono per così dire “arredi” per il corpo, che rimandano all’idea di epidermide e che nella forma mi ricordano i sarcofaghi e i monumenti funebri presenti in moltissime chiese del sud Italia. In quel momento, attraverso una serie di scatti fotografici realizzati nel mio studio, si sono delineati una serie di elementi che ricordano reliquari e contenitori per la conservazione,  che da li in poi ritornano nei miei lavori.  Cabinet 2019 è innegabilmente un’opera site specific non solo perché costruita durante il mio soggiorno ad Ama di circa due settimane e mezzo ma anche perché non si misura con uno spazio neutro, come tutti gli spazi dedicati all’arte, ma come un vero e proprio luogo vissuto; si tratta infatti di uno spazio domestico: una ex cucina in cui era già presente un tavolo di marmo, materiale che ricorre spesso nelle mie opere, un luogo capace di accogliere anche gran parte degli elementi (bottiglie, bicchieri, tazze ecc.) che costituiscono la materia prima della mia ricerca. E’ stato, dunque, come se questa installazione fosse sempre stata presente e gli oggetti tornassero al loro posto in una sorta di viaggio a ritroso nel tempo e nella memoria.

SC - Benché tutti i tuoi lavori, almeno sino ad oggi, abbiano origine in uno spazio vissuto, come il tuo studio, spazio di vita e di lavoro, sono poi destinati ad essere esposti in luoghi neutri, e per certi versi asettici, subiscono cioè ogni volta una sorta di decontestualizzazione. In questa occasione mi pare di capire che il processo si sia articolato invece in maniera diversa…  

CB - Proprio perché tutto parte dal mio studio, si tratta sempre di una parziale decontestualizzazione anche se in questa occasione le cose sono andate un po’ diversamente: se per la mostra il mondo infine ho attuato un quasi trasloco da Prato a Roma per avere una grande disponibilità di materiale con cui lavorare all’interno del museo, in questo caso il macrospostamento ha innescato una fusione con l’ambiente. Giorno dopo giorno, ad Ama, mi è venuto spontaneo aggiungere all’interno dell’installazione materiale non previsto, “cose” che si trovavano nel luogo, soprattutto materiali naturali che hanno iniziato ad invadere la stanza, nel tentativo di creare un nuovo paesaggio interno che si fondesse con la stanza stessa.

Con l’introduzione di materiali naturali, ma anche di liquidi, l’opera subisce una trasformazione materica continua, data dal cambiamento degli elementi organici di cui in parte è composta… una mutazione progressiva che rimanda appunto anche alla precarietà e all’instabilità della vita…  

Inoltre, attraverso il dialogo con Lorenza, è nata l’idea di creare un percorso per pochi spettatori alla volta; una sorta di camera delle meraviglie in cui l’esperienza sensoriale da vivere all’interno, venisse percepita in maniera personale…

La proposta ha innescato una serie di stimoli che hanno dato inizio a idee che si sono caratterizzate e concretizzate durante il processo lavorativo per mezzo di corrispondenze, continui rimandi e nuove intuizioni.

Il nuovo lavoro ha preso forma fondendosi con quello che era il mio lavoro passato ma riattualizzandosi nel presente tramite nuove scoperte e nuovi materiali che ho avuto modo di sperimentare grazie a questa occasione. Oltre che sull’esperienza visiva, ho lavorato anche su quella olfattiva, collaborando appunto con Michele che mi ha introdotto al mondo delle essenze, permettendomi di includere all’interno della mia ricerca, quelle che mi piace definire ‘materie’ odorose. Quindi tutto il lavoro ha preso forma direttamente nel luogo, procedendo attraverso un impulso che non è mai programmato ma che nasce mentre realizzo l’opera. Il progetto per Ama s’inserisce perfettamente in questo mio modus operandi, che rispecchia una condizione dell’essere che è naturale e istintiva, dove le “cose”  che si manifestano davanti non sono cercate, ma trovate.

Un’ulteriore novità che ha caratterizzato l’esperienza di Ama è stata la partecipazione delle persone che mi hanno aiutato nella realizzazione, manifestando da subito una sorta di affezione spontanea per l’opera che è entrata a far parte del luogo in maniera naturale.

 

SC - Lavorare in un contesto come quello di Ama, estremamente diverso dai luoghi industriali abbandonati o in rovina che sino ad oggi hanno segnato gran parte della tua ricerca ha in qualche misura modificato il tuo modus operandi ?

CB - Lavorare a stretto contatto con un diverso paesaggio e con nuove materie ha generato inedite declinazioni del mio lavoro, non solo dando vita a Cabinet 2019 ma anche a nuove opere che sono attualmente in gestazione nel mio studio. Opere che sono nate dalla raccolta di reperti naturali trovati lungo il tragitto che ho percorso e che percorro spesso da Prato al Chianti in questo periodo. Nelle ultime sculture la dimensione naturale ha preso il sopravvento sull’oggetto. Attraverso un insistente tentativo di fusione di materiali residuali, artificiali, come detriti e rovine oggettuali provenienti da accidentali errori di composizione;  ho creato inedite combinazioni, prima abbozzate attraverso ripetute pose e poi trasformate in continui still life in cui il passaggio tra macro e micro particolare si alterna in un gioco di rinvii e ripetizioni che presentano sempre una nuova immagine. L’esperienza del tempo passato ad Ama è stata quindi fondamentale ad un ulteriore trasformazione della mia ricerca, che si è aperta ancora di più all’elemento naturale.

 

Biografie

  • Chiara Bettazzi (1977), vive e lavora a Prato. Artista e fondatrice dello spazio ex industriale di via Genova. Da anni indaga i linguaggi contemporanei all’ interno del paesaggio industriale del territorio pratese, attraverso i quali attua interventi condivisi che riflettono sul patrimonio industriale e culturale. Nel 2005 apre lo studio SC17 tramite il quale riattiva l’area dell’ex Lanificio Bini. Il suo lavoro è legato a una riflessione sull’oggetto d’uso quotidiano rifunzionalizzato, in cui persiste la necessità di cambiare l’identità delle cose attraverso vari media.

La sua pratica artistica, si muove sulla sottile linea patologica tipica della società contemporanea, da una parte orientata verso l’usa e getta e dall’altra votata all’accumulo compulsivo di oggetti di dubbia utilità, una poetica quindi legata alla memoria, al tempo e ad un incessante tentativo di coniugare materie organiche e inorganiche.  Negli anni ha partecipato a mostre in musei e spazi privati, alcune delle quali: 2018 – Il Mondoinfine: vivere tra le rovine. A cura di Ilaria Bussoni, La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma, 2017 – What about my objects? Solo show – Localedue Bologna. A cura di Alessandro Gallicchio, 2017- Madeinfilandia, residenza d’artista presso la Filanda di Pieve a Presciano (Ar), 2017 – Sensibile Comune - a cura di Ilaria Bussoni, Nicolas Martino, Cesare Pietroiusti - Galleria Nazionale D'Arte Moderna e Contemporanea Roma, 2015 Ripensare il Medium – Il fantasma del disegno a cura di Saretto Cincinelli e Cristiana Collu. Casa Masaccio, San Giovanni Valdarno, 2014 - Arrêts sur images a cura di Saretto Cincinelli, Casa Masaccio Centro per l’arte contemporanea San Giovanni Valdarno Arezzo, 2013 - L’Economia del dono, Dryphoto, Prato, 2011 - 54 Biennale d’arte padiglione Toscana a cura di Marco Bazzini, Museo Pecci Prato, 2010 - Gemine Muse, Trame d’arte identità e inganni, a cura di Stefano Pezzato, Museo del Tessuto Prato.

  • Saretto Cincinelli (1956), critico e curatore, ha collaborato a Flash Art(Milano) e Ars Mediterranea (Barcelona), suoi scritti sono apparsi anche su altre riviste d’arte e in cataloghi e pubblicazioni monografiche, ricordiamo: Tony Cragg formations and Form, BSI Art collection, Zurich; Daniela De Lorenzo, La Galliera, Valencia; Soulages XXI° Siècle, Musée de Beaux Art de Lyon, La Magnifica Ossessione, Mart Rovereto… Fra le mostre curate o co-curate recentemente: 2007-2012, L’evento Immobile, rassegna annuale promossa dal Museo Man di Nuoro e Casa Masaccio San Giovanni V.no; 2009: Mark Lewis, Man, Nuoro e Museo Marini, Firenze; Emanuele Becheri, Man, Nuoro; 2010: Luca Rento, Cairn Centre d’art, Digne; 2011: David Claerbout, Mart, Rovereto; 2013: Andrea Santarlasci, San Michele degli Scalzi, Pisa; 2015: Luce Coatta: Dischiusure (Banal, Catelani, Meoni), Artopia, Milano;  Carlo Guaita, Artopia, Milano; La guerra che verrà non è la prima Mart, Rovereto; 2016: Un sogno fatto a Mantova, Palazzo Te, Mantova; 2016/17: The Lasting, La Galleria Nazionale, Roma; 2016/18 Time is out of Joint La Galleria Nazionale, Roma; Il disegno del disegno, Museo Novecento, Firenze, 2018-19; Joint is out of Time, La Galleria Nazionale, Roma,