La storia dei Peter Pan. E la voglia di assolverci
di Marco Pallanti - articolo pubblicato sul Corriere Fiorentino del 5 luglio 2008
Sarà perché penso di conoscer bene i miei concittadini oppure per quella vena di scetticismo che si riaffaccia ogni volta che mi imbatto in casi simili, ma non credo che la notizia dei graffiti fatti dal professore e dagli universitari di Tokio sulla cupola del Brunelleschi, darà un grande contributo per migliorare la situazione del degrado urbano fiorentino. Speriamo però che almeno la notizia della sospensione dei nove studenti oltre lo sventolio del licenziamento dell’insegnante unitamente al fatto che due tra i principali quotidiani giapponesi abbiano già formulato le loro scuse, costringa la nostra coscienza ad interrogarsi su cosa facciamo per limitare tale decadenza.
Collettivamente ma soprattutto singolarmente.
E’ certo che il ruolo fondamentale rimane delle Istituzioni che restano le prime custodi dell’immenso patrimonio urbano: Comune, Provincia e Regione devono tendere, sempre e comunque, al miglioramento della situazione sociale della città ma è proprio perché il capitale in possesso di Firenze è immenso che diviene necessario, anzi indispensabile, il contributo da parte di tutti. Il degrado di alcune parti della città, recente occasione di dossier fotografici, non è che una esternazione collettiva di una altra decadenza ben più pericolosa e sottile: quella che tutti noi, singolarmente, abbiamo deciso di accettare. La prima è sotto gli occhi dei più ed è quindi facile obbiettivo di critiche cittadine e forestiere ma è la seconda che mina il nostro avvenire. Il ruolo vigile ed attento da parte dei cittadini, sempre pronti a partire “lancia in resta” ogni volta che viene perpetrato un minimo oltraggio alla bellezza della città, è da considerarsi quasi una reazione di superficie. Non possiamo negare che la città sia in fermento: si lavora alacremente nel grande cantiere urbano per il futuro di Firenze. Ma se il futuro urbanistico ed architettonico di una città può essere in qualche modo prevedibile e determinabile, quella che rimane la grande incognita è l’avvenire del cittadino, cioè dell’Uomo, qualora si continui a perdere coscienza del rispetto per le convenzioni e per i doveri che ciascuno ha in obbligo di rispettare sia nei confronti della società che verso la generosa eredità ricevuta. Senza la percezione di questo senso di responsabilità finiremo con distruggere tutto, i “piccoli Peter Pan giapponesi” ne sono la banale esemplificazione. Le nostre attenzioni, così recettive agli obblighi altrui, non devono assopirsi o diventare apatiche quando entriamo in gioco in prima persona. Firenze, come tutti i beni collettivi, si difende iniziando dalle piccole cose, sia che ciò passi per il rispetto delle norme stradali che della pulizia urbana o della convivenza civile. Come possiamo pretendere che immigrati di altri continenti e spesso con civiltà e culture diverse possano integrarsi con le nostre leggi quando siamo noi i primi a mostrarci indifferenti? Se vogliamo trovare una morale in questa storia giapponese è quella di recuperare collettivamente quel legittimo e sano orgoglio per i nostri valori riappropriandoci, questa volta individualmente, della passione, della serietà e di quel senso di responsabilità indispensabile per mostrare ancora sdegno per certi atti incivili. Altrui, ma soprattutto su quelli che noi stessi compiamo ogni giorno.