Castello di Ama

Appunti

Il fascino (resistibile) della banalizzazione
di Marco Pallanti - articolo pubblicato sul Corriere Fiorentino del 28 giugno 2008

Mettiamola così. Fino ad un mese fa viveva nel sud della campagna senese, in una località chiamata Montalcino, un bel vino composto soltanto da nobili grappoli di Sangiovese. Era uno dei più reputati “marchi” dell’Italian style tanto da essere riconosciuto, da una autorevolissima rivista del settore, “Miglior vino del mondo”. Godeva di ottima salute ma questo, come spesso avviene in tutto il Bel Paese ed in particolare a Siena dove impera il principio non di vincere ma di far perdere il vicino, aveva fatto nascere dei chiacchiericci. Si mormorava che il suo glamour non fosse tutto farina del suo sacco, o per meglio dire mosto delle sue uve, e che la sua amabilità fosse cresciuta dal momento in cui aveva iniziato a relazionarsi, nella penombra di alcune cantine, con quel “piacione” del Merlot. Uva di nobili origini francesi ma alla quale veniva mossa l’accusa, se non frequentata a piccolissime dosi, di essere troppo avvolgente finendo col tempo per aver banalizzato alcuni vini con cui aveva fatto consessi. Temendo un attacco alla purezza della razza e delle tradizioni sono iniziate le ricerche per smascherare la “tresca” del Brunello e le indagini sono tuttora in corso.

Ho provato a riassumere in forma di celia, spero che i produttori montalcinesi mi scuseranno, un fatto che a mio avviso è invece tremendamente serio e che stimola una riflessione non prima di una premessa. La premessa è quella d’obbligo: che le leggi si possono e talvolta si devono cambiare, ma finché sono in vigore, vanno rispettate. Questo fa parte della civile convivenza e del rispetto della democrazia. Detto ciò, lascio ad altri ma soprattutto ai produttori di Montalcino il compito di stabilire se l’irripetibilità del vino Brunello sia unicamente dovuta alla varietà di uva che entra nella sua composizione oppure se il territorio sia in grado di montalcinizzare anche altre varietà. Un Classico, diceva Kierkegard, è il frutto del rapporto biunivoco ed indissolubile che esiste tra il creatore ed il creato e nel nostro caso “genius loci” e vino non credo che sfuggano a questo principio. La vicenda è di stimolo per riflettere su come possiamo far convivere tradizione ed innovazione? O per meglio dire: quanto possiamo e/o dobbiamo concedere al mercato per non snaturare le nostre tradizioni? E’ un problema con cui tutti coloro che si trovano ad amministrare patrimoni culturali storici devono confrontarsi, i produttori di Montalcino come gli amministratori di Firenze oppure i sindaci dei piccoli ma importantissimi comuni della campagna toscana. Quante volte è capitato che per andare incontro al mercato ed alle esigenze del momento, abbiamo avvilito luoghi e costumi fino alla banalizzazione? Il Chiantishire dell’immaginario collettivo, ad esempio, cosa condivide con l’autentica tradizione chiantigiana? Non certo quella infinità di piscine sempre troppo azzurre decorate da pratini all’inglese. Oppure perché dobbiamo ricorrere ad un trenino, frutto di una visione disneyana del mondo, per convincerci ad andare in centro a piedi? E poi, perché dobbiamo intasare ulteriormente il passaggio di vicoli e piazzette storiche con ombrelloni, tavolini e sedie di plastica da usurato circolino di terz’ordine?
Dobbiamo però allo stesso tempo ricordare che il brutto è mancanza di misura, come ci insegnava Platone, e che la bellezza, la quale è oramai notorio sarà la nostra salvezza, potrà essere salvata soltanto mantenendo una proporzione tra le parti. Quello che dobbiamo “tradere” verso il futuro deve venir completato e rinnovato ma senza oltraggi. E’ questa la sfida da vincere. Se ci riusciremo avremo posto le basi per una perpetuazione della nostra cultura e del nostro “savoir vivre”. A Montalcino come a Firenze e dappertutto.

IndietroStampa la pagina30.06.2008