Castello di Ama

Appunti

Geni DiVini - Firenze, giovedì 22 maggio
Intervento di Marco Pallanti a Palazzo Medici Riccardi

Andando avanti negli anni vado sempre più maturando la convinzione che mi sia impossibile parlare del mio vino ma credo di poter soltanto provare a descrivere le sensazioni, le emozioni che lo hanno generato.
Anche se ritengo che sia abbastanza semplice acquisire una mediocre abilità a produrre vino, sono fermamente convinto che siano necessarie una dedizione costante e molto tempo per arrivare a fare qualcosa che rispetti l’origine e che sembri sgorgato naturalmente dall’uva di provenienza.
Ma affinché il vino possa divenire il modo per entrare in rapporto con i contenuti più alti di un territorio cioè la cultura, la storia, la tradizione, riuscendo perciò a dare una emozione a chi lo assapora, è necessario da parte dell’Enologo una comprensione intellettuale dello “spartito” cioè uno studio del luogo, della varietà e del microclima nonché di quella tecnologia tanto indispensabile quanto pericolosa perché capace di sviluppare processi produttivi massificanti.

Nel momento della creazione vi sono due forze che dobbiamo considerare e far convivere: la prima è la voglia di esprimersi al fine di contribuire attivamente alla formazione dell’esperienza, l’altra è ascoltare ciò che la materia ci racconta. A mio avviso non è possibile produrre un Grande Vino concentrandosi soltanto su una di queste, perché non basta eseguire benissimo certe operazioni se non si assume nel contempo un atteggiamento appassionato, indipendente dal livello di competenza, che esalti sinergicamente il Genius Loci.
In pratica tutti i Grandi Vini sono una miscela di intelletto ed emozione per questo stanno diventando rari perché purtroppo l’Uomo si sta impermeabilizzando agli stimoli che gli giungono e che non riesce più a percepire per mancanza di attenzione e di sensibilità o per eccesso di tecnicismo.
Il vino deve risvegliare il più raffinato godimento della diversità, fondamento delle leggi naturali, ed è per questo che dei fattori che a prima vista potrebbero sembrare limitativi possono diventare la forza dell’unicità. In questo senso lavorare con il Sangiovese, a 500 metri di altitudine e su terreni sassosi e scarni, da possibili handicap, sono stati trasformati in assiomi della qualità. Il pedegree del Castello di Ama nasce da questa personale interpretazione dell’Origine e dal rispetto della materia prima. Quando degustiamo un Grande Vino dobbiamo modulare le nostre conoscenze e la nostra concentrazione al fine di potersi immergere pienamente nei luoghi che lo hanno generato.
Il Castello di Ama cerca di ricreare nel bicchiere l’esperienza personale di un viaggio tra i sapori ed i profumi delle colline chiantigiane, apre una finestra sulla nostra bella ed inimitabile campagna toscana. Berlo, privandosi ad assaporare questi valori, sarebbe come leggere un libro guardando soltanto le parole scritte, senza convertirle in elaborazioni mentali, rinunciando perciò a comprenderlo pienamente.

IndietroStampa la pagina23.05.2008